Nella terra di Lorena, contesa per secoli tra eserciti e imperi, cattolici, protestanti, ortodossi, ebrei, musulmani e buddhisti hanno firmato davanti al Papa un solenne «Appello di Metz» per la pace. Quarant’anni dopo lo spirito di Assisi, in una città che ha cambiato bandiera quattro volte in settant’anni, Leone XIV ha ricordato che nulla di ciò che deturpa la dignità umana può rivendicare un’ispirazione divina, e che il primo disarmo da compiere è quello dei cuori e delle parole.

Ci sono città in cui la storia della guerra è scritta nelle pietre. Metz è una di queste. Annessa all’Impero tedesco nel 1871, restituita alla Francia nel 1918, di nuovo annessa di fatto dal Reich nazista nel 1940, liberata nel 1944: in poco più di settant’anni i suoi abitanti hanno cambiato cittadinanza quattro volte senza mai muoversi di casa. Non lontano ci sono Verdun, i suoi ossari e le sue foreste ancora segnate dai crateri. E da questa terra viene Robert Schuman. Nato tedesco nel 1886, divenne francese dopo la Grande Guerra, fu arrestato dalla Gestapo nel 1940, fuggì e visse in clandestinità ospite di conventi e monasteri. Il 9 maggio 1950 propose agli ex nemici di mettere in comune il carbone e l’acciaio, le materie prime delle guerre. È da lui, dichiarato venerabile nel 2021, che il Papa è partito: un uomo di fede che seppe trasformare le linee di frattura in ponti di speranza.

L’incontro di Metz si è aperto con un documento che merita di essere letto per intero: l’«Appello di Metz», firmato dalla Conferenza dei responsabili dei culti in Francia, l’organismo che dal 2010 riunisce le principali comunità religiose del Paese. Il testo si apre con un riferimento esplicito: dall’appello di Assisi, quarant’anni fa, il mondo è profondamente cambiato. Per un francescano la memoria è emozionante. Il 27 ottobre 1986 san Giovanni Paolo II radunò nella città del Poverello i rappresentanti delle religioni del mondo per pregare, ciascuno secondo la propria tradizione, per la pace. Fra un mese quell’evento compirà quarant’anni. Che i leader religiosi francesi abbiano voluto ripartire da lì dice quanto lo «spirito di Assisi» sia ancora una bussola. E dietro Assisi c’è un altro incontro, più antico e più audace: quello di Francesco con il sultano al-Malik al-Kamil a Damietta, nel 1219, in piena crociata. Il Santo non vi andò con le armi, ma con la sola forza del Vangelo e del rispetto.

L’Appello descrive con lucidità le minacce del presente: la conflittualità crescente che mette a rischio il diritto internazionale e umanitario, le guerre che si moltiplicano, le disuguaglianze, la crisi ecologica, le trasformazioni tecnologiche che sconvolgono i valori e i modi di vivere. Ma non cede allo sgomento. Le religioni, dicono i firmatari, sono chiamate a essere «sentinelle» della dignità di ciascuno. Poi tre affermazioni che, sulla terra di Lorena, hanno un peso particolare. La pace non è la semplice assenza di guerra: non dura senza giustizia, senza rispetto della dignità, senza solidarietà tra i popoli e le generazioni. La Francia assiste con indignazione alla recrudescenza di atti contro persone e luoghi di culto a causa della loro origine o della loro fede, e sinagoghe, chiese e moschee condividono da anni la stessa paura. E soprattutto, la condanna del «veleno del totalitarismo», di cui questa terra ha tanto sofferto, con l’affermazione solenne che il nome di Dio non può mai essere invocato per giustificare la violenza e l’odio.

Il passaggio più profondo dell’Appello, forse, è un altro: la pace si costruisce anche nell’intimo di ciascuno, nella capacità di riconoscere e disarmare in sé stessi ciò che alimenta il rifiuto dell’altro, la paura e l’odio. È la stessa intuizione che il Papa aveva espresso all’UNESCO citando il Preambolo del 1945, secondo cui le guerre nascono nello spirito degli uomini. Ed è significativo che i leader delle diverse religioni abbiano fatto propria l’espressione più caratteristica di questo pontificato, la «pace disarmata e disarmante». I tre impegni finali sono concreti e sobri: proseguire un dialogo esigente, formare i giovani alla conoscenza reciproca, restare uniti anche nelle avversità. L’ultima frase potrebbe essere scolpita su ogni confine d’Europa: nessuna pace duratura si costruisce senza l’altro, né contro di lui.

Il discorso del Papa, breve e denso, si innesta su questo testo come una firma. Leone XIV comincia sgombrando il campo da un equivoco che paralizza tanti credenti: dialogare non sminuisce la propria identità, ma la esprime con verità aprendosi alla diversità dell’altro. Il dialogo interreligioso non è sincretismo né relativismo, ma l’incontro tra identità consapevoli. Con Papa Francesco ricorda che non si fa per diplomazia, cortesia o tolleranza, ma per stabilire amicizia e pace. Con Giovanni Paolo II lo definisce un’esigenza della natura stessa dell’uomo. E poi, a sorpresa, cita un filosofo francese e protestante, Paul Ricœur, secondo cui il dialogo è la via attraverso cui l’alterità diventa una promessa e non una minaccia. Nella terra della laicità, il Papa sceglie come interlocutore uno dei grandi pensatori della Francia contemporanea, e lo fa davanti ai responsabili di tutte le fedi. È un gesto che dice molto del suo stile.

Poi la frase che resterà come il sigillo di Metz: invocare il nome di Dio per legittimare la violenza o l’oppressione costituisce una profanazione di questo nome. Non un abuso, non un errore: una profanazione. Il termine appartiene al lessico del sacro, ed è scelto con cura. Chi uccide in nome di Dio non è soltanto un criminale, ma un sacrilego, perché tocca ciò che è più santo per farne uno strumento di morte. Nella Francia che ha visto padre Jacques Hamel sgozzato sull’altare, i fedeli uccisi nella basilica di Nizza e le vittime degli attentati antisemiti, queste parole hanno un peso che non ha bisogno di spiegazioni. Il Papa ne trae la conseguenza: il discorso religioso deve sempre esortare a disarmare i cuori e le parole, e ogni guida religiosa ne porta la responsabilità diretta.

L’ultimo passaggio allarga il concetto di pace in una direzione inattesa. La fecondità delle religioni, dice Leone XIV, si manifesta nel servizio alla pace, ma anche nella capacità di proteggere e servire la vita. La grandezza di una civiltà non si misura dai successi materiali, ma da come circonda, protegge ed eleva la persona umana. Le religioni sono custodi della vita e ne affermano il valore sacro, e servire la vita significa circondarla di cure e di tenerezza, «fino alla fine». È il filo del fine vita che attraversa tutto il viaggio, ma qui il Papa lo affida a tutte le fedi presenti. Ed è un’intuizione profonda: la violenza della guerra e la tentazione di disporre della vita dei più fragili nascono dalla stessa radice, lo smarrimento del carattere sacro della persona. Non si può essere artigiani di pace sui campi di battaglia e restare indifferenti al letto del malato.

Il congedo riprende l’enciclica Magnifica humanitas: la Chiesa considera compagni di viaggio tutti coloro che cercano sinceramente la verità, la bontà e la bellezza. E l’augurio che tutti possano essere, là dove vivono, artigiani di pace e testimoni di una speranza che non cessa di crescere. A Metz, dove i confini sono stati tracciati tante volte con il sangue, sette tradizioni religiose hanno firmato insieme un impegno di pace davanti al vescovo di Roma. Il sogno di Schuman era un’Europa in cui la guerra tra i suoi popoli diventasse «non solo impensabile, ma materialmente impossibile». Il Papa e i responsabili dei culti di Francia vi hanno aggiunto la condizione spirituale perché quel sogno regga: che nessuno, mai più, osi chiamare Dio a benedire la violenza.


Nella città di Schuman, sulla terra di Lorena contesa da tante guerre, i responsabili dei culti in Francia firmano davanti al Papa l’«Appello di Metz», quarant’anni dopo lo spirito di Assisi. Condanna del totalitarismo e di ogni odio religioso, pace «disarmata e disarmante», tre impegni per il dialogo e l’educazione dei giovani. Leone XIV, citando Francesco, Giovanni Paolo II e Paul Ricœur, definisce una profanazione ogni violenza in nome di Dio, chiede di disarmare i cuori e le parole e affida alle religioni la custodia della vita, fino alla fine.