Migliaia di fiammelle nella notte dei Pirenei, il canto dell’Ave che sale in tutte le lingue, i malati in testa al corteo. Leone XIV ha chiuso la sua domenica a Lourdes facendosi, come ha detto, «pellegrino tra i pellegrini». Il suo breve discorso, all’apparenza devozionale, contiene una piccola summa di mariologia: al centro, il nome con cui la Vergine si presentò a Bernadette, «Io sono l’Immacolata Concezione».

Il 2 marzo 1858, durante la tredicesima apparizione, la Signora affidò a Bernadette un messaggio per i sacerdoti: che si venisse alla Grotta in processione e vi si costruisse una cappella. Il parroco di Lourdes, l’abate Peyramale, uomo burbero e diffidente, rispose alla ragazzina che prima voleva conoscere il nome di quella Signora. Il nome arrivò tre settimane dopo, e da allora le processioni non si sono più fermate. Ieri sera anche il successore di Pietro ha risposto a quell’invito. E ha voluto sottolinearlo con un’umiltà che commuove: non come il pontefice che presiede, ma come un pellegrino che obbedisce alla richiesta della Madre.

La processione aux flambeaux è forse l’immagine più celebre di Lourdes. Ogni sera, da primavera ad autunno, un fiume di luce si snoda sull’esplanade, con i malati sulle carrozzine in prima fila e il ritornello dell’Ave che torna a ogni strofa in decine di lingue. Il Papa ha scelto per descriverla le parole di Pio XII, che nel 1957, alla vigilia del centenario delle apparizioni, scriveva che mai in un angolo della terra si era visto un simile corteo di sofferenza né un eguale irradiarsi di pace, serenità e gioia. È il paradosso di Lourdes, che nessuna sociologia della religione riesce a spiegare. I più sofferenti sono i più sereni. Chi è venuto a chiedere una guarigione riparte spesso guarito da altro: dalla disperazione.

Leone XIV ne indica la ragione: la presenza di Cristo risorto e lo sguardo rivolto a un futuro che va oltre l’orizzonte terreno. È la stessa logica dell’omelia del mattino, sulla felicità promessa «nell’altro mondo». E il Papa affida ai malati un versetto di san Paolo, raccomandando di tenerlo sempre a mente come parola d’oro: le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura. Detta con una fiaccola in mano, davanti a chi porta nel corpo i segni della malattia, questa frase non suona come una consolazione astratta. È una promessa, pronunciata da chi crede che la risurrezione non sia una metafora.

Il cuore del discorso è però il nome. «Io sono l’Immacolata Concezione.» Il Papa ricorda che Maria si definì così con la massima umiltà, ma riconoscente a Dio per un privilegio unico che è per noi l’alba della salvezza. Poi aggiunge una precisazione teologica che per un francescano ha il sapore di casa: per i meriti della Passione e della Risurrezione, Gesù ha voluto preservare sua Madre da ogni traccia del peccato originale. Preservare, non liberare. È esattamente la soluzione con cui il beato Giovanni Duns Scoto, il Dottor Sottile, sciolse nell’università di Parigi agli inizi del Trecento il nodo che aveva fermato tanti grandi teologi prima di lui. Come poteva Maria essere senza peccato, se tutti hanno bisogno della redenzione di Cristo? Scoto rispose che lei ne aveva bisogno più di tutti, e che Cristo, redentore perfettissimo, l’aveva redenta nel modo più perfetto: preservandola. Ci vollero cinque secoli perché la Chiesa facesse di quell’intuizione un dogma, nel 1854. Quattro anni dopo, la Vergine in persona venne a confermarlo nella lingua di una pastorella dei Pirenei.

C’è un’ironia della storia nella citazione che il Papa ha scelto per concludere. Leone XIV ha affidato i pellegrini a Maria «stella del mare», con le splendide parole di san Bernardo di Chiaravalle: seguendo lei non ti smarrisci, pregando lei non disperi, se lei ti protegge non temi. Eppure proprio Bernardo, il cantore più appassionato della Vergine nel Medioevo, aveva espresso forti riserve sulla festa della Concezione di Maria, scrivendo ai canonici di Lione. Il suo amore per la Madre era immenso, ma la teologia del suo tempo non vedeva ancora come conciliare quel privilegio con l’universalità della redenzione. Sentirlo citare nel santuario dell’Immacolata Concezione è come vedere la storia della Chiesa riconciliata con sé stessa: il mistico che non comprese del tutto e il teologo francescano che trovò la chiave, uniti nella stessa lode.

Il Papa sviluppa poi l’immagine della nuova Eva, su cui il demonio non avrà mai alcun potere e da cui «tutto ricomincia», perché con lei tutto torna possibile, per il mondo e per ciascuno di noi. Per questo, dice, la sua intercessione non è secondaria per il cristiano che vuole lottare contro il male. E la contempla con l’immagine dell’Apocalisse: rivestita di sole, con la luna sotto i piedi, coronata di stelle, gloriosa e potente, e insieme umile e vicinissima, «nostra Madre».

Per i figli di san Massimiliano Kolbe, queste parole non sono soltanto devozione. Il santo di Auschwitz passò la vita a meditare sul nome rivelato a Lourdes. Faceva notare che la Vergine non disse «sono stata concepita immacolata», ma «Io sono l’Immacolata Concezione», come se quel mistero fosse la sua stessa identità. E si spinse a contemplare lo Spirito Santo come l’Immacolata Concezione increata, di cui Maria è il riflesso creato più perfetto. Le sue ultime righe, scritte la mattina del 17 febbraio 1941, poche ore prima dell’arresto da parte della Gestapo, sono proprio su questo mistero. Chi conosce quella pagina non può ascoltare il Papa, ieri sera, chiamare l’Immacolata «un faro nella notte» senza pensare alla notte più buia del Novecento, e alla luce che un frate francescano vi portò.

Il discorso si chiude con una preghiera semplice, quasi una giaculatoria: che la luce che teniamo in mano non si spenga mai nelle nostre vite, ma illumini il futuro e ci apra fin da oggi alle promesse della vita eterna. Le fiammelle della processione si spengono a una a una, a notte fonda, quando i pellegrini tornano agli alberghi e ai reparti dell’Accueil. Ma il Papa chiede che un’altra luce resti accesa. Nella Francia che ha chiamato «Lumi» la propria ragione emancipata, Leone XIV ha indicato una luce più antica e più umile: quella di una fiamma tenuta in mano da un malato, davanti a una Grotta dove la Madre disse il suo nome.

P. Alfonso M. Bruno

Catenaccio
Nella notte di Lourdes, tra le fiaccole e i malati, il Papa si fa pellegrino tra i pellegrini e risponde alla richiesta della Vergine a Bernadette: «Che si venga qui in processione». Con Pio XII, il paradosso di un corteo di sofferenza che irradia pace e gioia; con san Paolo, le sofferenze presenti che non sono paragonabili alla gloria futura. E al centro il nome rivelato a Massabielle, l’Immacolata Concezione, preservata da ogni peccato per i meriti di Cristo, nuova Eva e stella del mare, faro acceso nella notte del mondo.