Alla vigilia degli anniversari degli assassinii di Antonino Saetta e Mauro Rostagno, insieme al ricordo di Cesare Terranova, tornano le domande su una Repubblica attraversata da mafia, terrorismo, massonerie, apparati deviati, depistaggi e segreti. Non tutto è mistero. Ma non tutto è stato chiarito.
Domani, 25 settembre, ricorderemo due magistrati assassinati dalla mafia: Cesare Terranova, ucciso nel 1979 insieme al maresciallo Lenin Mancuso, e Antonino Saetta, trucidato esattamente nove anni dopo insieme al figlio Stefano. Il giorno successivo, 26 settembre, ricorrerà l’anniversario dell’omicidio di Mauro Rostagno, il giornalista che attraverso la televisione locale aveva cominciato a raccontare gli affari, i silenzi e le relazioni della mafia trapanese. Tre morti che non appartengono alla stessa vicenda giudiziaria e che sarebbe scorretto legare attraverso una regia comune mai dimostrata. Ma tre morti che ci riportano dentro una domanda ancora aperta: quanto conosciamo davvero delle zone d’ombra attraverso le quali è passata la storia della Repubblica?
Due giorni di settembre che pesano sulla memoria italiana
Il calendario qualche volta possiede una crudeltà involontaria. Il 25 settembre 1979 Cosa nostra uccise a Palermo Cesare Terranova e il maresciallo Lenin Mancuso. Terranova aveva indagato sui Corleonesi quando parlare di Luciano Liggio e della nuova mafia significava spesso trovarsi molti passi avanti rispetto alla capacità dello Stato di comprenderne la trasformazione. Nove anni dopo, il 25 settembre 1988, sulla statale 640, Antonino Saetta e suo figlio Stefano vennero raggiunti dai colpi di un commando mafioso. Saetta aveva presieduto processi delicatissimi contro Cosa nostra e aveva giudicato anche gli imputati per l’assassinio di Rocco Chinnici; secondo la ricostruzione istituzionale, pesava inoltre il timore che potesse essere chiamato a occuparsi del maxiprocesso in appello.
Passano appena ventiquattr’ore nel calendario della memoria e arriviamo al 26 settembre 1988. A Trapani viene assassinato Mauro Rostagno. Giornalista, sociologo, fondatore della comunità Saman, davanti alle telecamere di RTC aveva cominciato a raccontare ciò che molti preferivano non vedere: il potere di Cosa nostra nel Trapanese e i suoi intrecci economici e sociali. La matrice mafiosa dell’omicidio è stata accertata giudiziariamente; il Ministero dell’Interno ha ricordato che Rostagno stava indagando pubblicamente anche sugli affari di mafia e massoneria.
È importante partire proprio da qui, dalle cose certe. Perché parlare delle zone d’ombra dello Stato non significa trasformare ogni omicidio in un complotto. Significa compiere l’operazione opposta: separare ciò che sappiamo da ciò che supponiamo, ciò che una sentenza ha stabilito da ciò che un’inchiesta giornalistica ha ipotizzato, ciò che appartiene alla storia documentata da ciò che ancora aspetta una risposta.
La Repubblica non è innocente perché dimentica
Per troppo tempo in Italia abbiamo oscillato tra due estremi. Da una parte la dietrologia, capace di vedere dietro qualsiasi delitto una regia invisibile e onnipotente; dall’altra una sorta di conformismo rassicurante secondo cui porre domande sulle istituzioni equivarrebbe automaticamente a delegittimarle.
Sono due modi diversi per evitare il problema.
La storia repubblicana contiene infatti depistaggi realmente accertati, documenti occultati o desecretati soltanto molti anni dopo, strutture clandestine realmente esistite, appartenenti agli apparati che hanno realmente violato la legalità. Non è necessario inventare niente.
La vicenda della strage di Bologna è sufficiente a ricordarcelo. Nella più recente giurisprudenza relativa alla strage, la Cassazione ha ricostruito il ruolo di ambienti della P2 e di esponenti di apparati deviati nell’organizzazione e nei successivi depistaggi, all’interno di un quadro processuale costruito attraverso decenni di indagini e dibattimenti.
Questo non consente di affermare che “lo Stato” abbia organizzato le stragi. Lo Stato è anche il magistrato che indaga, il poliziotto che trova una prova, il carabiniere che muore, il giudice che condanna, l’archivista che rende accessibile una carta, il Parlamento che istituisce una commissione d’inchiesta. Confondere uomini infedeli allo Stato con lo Stato stesso sarebbe ingiusto prima ancora che storicamente impreciso.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato negare che, dentro le istituzioni, siano esistiti uomini che hanno utilizzato la propria funzione per nascondere, deviare, proteggere o manipolare.
Quando il segreto protegge lo Stato e quando protegge qualcuno dallo Stato
Ogni democrazia ha bisogno del segreto. Un servizio di intelligence che pubblicasse i propri agenti, le fonti, le operazioni in corso e i sistemi di sicurezza sarebbe semplicemente inutile. Esistono informazioni che devono restare riservate perché proteggono vite umane e interessi essenziali della collettività.
Il problema comincia quando il segreto cambia natura.
Una cosa è nascondere temporaneamente un’informazione per proteggere un’operazione legittima. Un’altra è utilizzare la segretezza per evitare che emergano responsabilità, errori, abusi, rapporti inconfessabili o attività illegali.
Il confine può apparire sottile, ma democraticamente è enorme. Nel primo caso il segreto protegge lo Stato. Nel secondo protegge qualcuno dallo Stato, dalla magistratura e in definitiva dai cittadini.
Ecco perché fa impressione scoprire che ancora oggi continuiamo a versare negli archivi documentazione riguardante alcuni dei momenti più traumatici della nostra storia. La direttiva del 2014 ha riguardato documenti relativi, tra l’altro, a Piazza Fontana, Gioia Tauro, Peteano, Piazza della Loggia, Italicus, Ustica, Bologna e Rapido 904; quella del 2021 ha disposto la declassifica e il versamento anticipato di documentazione su Gladio e sulla loggia P2. L’Archivio centrale dello Stato segnala ancora nel 2026 nuovi versamenti, compreso quello effettuato il 30 marzo dalla Procura militare presso il Tribunale militare di Roma.
Non significa che dentro ogni faldone vi sia una verità esplosiva tenuta volontariamente nascosta per mezzo secolo. Sarebbe una conclusione arbitraria. Significa però qualcosa di molto concreto: la nostra conoscenza documentale di quella stagione non è stata immobile. E se continuiamo a ricevere documenti, continuiamo inevitabilmente anche a porre domande.

Saetta e Rostagno: uccidere chi rompe il silenzio
Antonino Saetta e Mauro Rostagno svolgevano mestieri diversissimi. Uno parlava attraverso le sentenze, l’altro attraverso una telecamera. Uno possedeva la sobrietà istituzionale del magistrato, l’altro il linguaggio irriverente di chi trasformava una televisione locale in uno strumento di denuncia.
Avevano però qualcosa in comune: rendevano visibile ciò che il potere mafioso aveva bisogno di mantenere opaco.
La mafia vive infatti anche di silenzio. Non soltanto dell’omertà imposta con la paura, ma di una più sofisticata invisibilità sociale. Ha bisogno che l’imprenditore sembri soltanto un imprenditore, il mediatore soltanto un mediatore, il professionista soltanto un professionista; che denaro, relazioni, favori e protezioni non vengano mai ricondotti a un sistema.
Per questo gli “omicidi eccellenti” non servivano soltanto a eliminare una persona. Servivano a comunicare qualcosa ai vivi.
Uccidere un magistrato significa dire agli altri magistrati dove non devono arrivare. Uccidere un giornalista significa dire agli altri giornalisti ciò che non devono raccontare. Uccidere un poliziotto o un carabiniere significa ricordare a chi indaga che la divisa non lo rende intoccabile.
Ed è precisamente qui che uno Stato democratico si misura: nella capacità di impedire che l’avvertimento produca il risultato desiderato.
Il problema non sono soltanto le mafie, ma le zone grigie
Cosa nostra non è mai stata soltanto un esercito clandestino di uomini armati. La sua forza storica è consistita anche nella capacità di instaurare relazioni con settori apparentemente rispettabili della società: imprenditoria, professioni, amministrazioni, politica. La definizione precisa e la responsabilità dei singoli spettano naturalmente alla prova giudiziaria; il fenomeno delle relazioni esterne, invece, appartiene ormai alla storia stessa degli studi sulla criminalità organizzata.
È qui che bisogna collocare anche libri d’inchiesta come Le donne delle stragi di Massimiliano Giannantoni, con la collaborazione di Federico Carbone. Non come vangeli alternativi alle sentenze, ma come tentativi di recuperare dettagli, testimonianze e presenze rimaste ai margini delle narrazioni consolidate. Le ipotesi giornalistiche devono restare ipotesi finché non vengono dimostrate. Ma una democrazia dovrebbe preoccuparsi quando nessuno formula più domande, non quando qualcuno continua a formularle.
Il vero problema delle cosiddette zone grigie non è infatti la loro spettacolarità. È la loro normalità.
Molto raramente il rapporto tra criminalità e potere assomiglia a una riunione cinematografica attorno a un tavolo. Molto più spesso passa attraverso informazioni, favori, omissioni, conoscenze comuni, porte aperte, telefonate, carriere protette, pratiche accelerate o rallentate. Ed è proprio perché queste relazioni possono assumere forme ordinarie che sono difficili da vedere e ancora più difficili da dimostrare.
Il depistaggio è una seconda violenza
Esiste infine una dimensione morale che nessun archivio può restituire interamente.
Quando una bomba esplode o un uomo viene assassinato, la violenza produce una vittima immediata. Quando successivamente qualcuno depista, nasconde una prova, costruisce una falsa pista o impedisce intenzionalmente di arrivare alla verità, la violenza continua.
Continua sui familiari che aspettano.
Continua su innocenti sospettati ingiustamente.
Continua sugli investigatori mandati nella direzione sbagliata.
Continua sui cittadini ai quali viene impedito di conoscere una parte della propria storia.
Per un cristiano c’è qualcosa di profondamente incompatibile con la dignità umana nell’idea secondo cui la menzogna possa diventare accettabile perché pronunciata in nome di un bene superiore. San Paolo formula il problema con una radicalità impressionante: «Facciamo il male perché ne venga il bene?». È la tentazione eterna della ragion di Stato quando smette di essere prudenza politica e diventa dispensa morale.
Nessuna istituzione può pretendere di proteggere il bene comune attraverso una menzogna permanente.
Aprire le stanze, non inventare i fantasmi
Alla vigilia del 25 e 26 settembre questo dovrebbe essere allora il nostro modo di ricordare Terranova, Saetta, Mancuso, Stefano Saetta e Rostagno: non trasformandoli nei personaggi di una teoria complottistica, ma neppure collocandoli dentro un museo innocuo della memoria.
Ricordarli significa riconoscere che la mafia ha ucciso uomini che cercavano la verità e che la Repubblica, nei suoi decenni di vita, ha conosciuto anche uomini e strutture capaci di ostacolare la ricerca della verità.
Le due cose non sono identiche e non devono essere confuse.
Ma possono incontrarsi in quella zona nella quale il cittadino non riesce più a capire dove finisca il segreto necessario e dove cominci l’occultamento; dove termini l’errore e inizi il depistaggio; dove una relazione diventi complicità; dove la tutela delle istituzioni degeneri nella tutela di chi le ha tradite.
Non abbiamo bisogno di un “Grande Vecchio” per spiegare tutta la storia italiana. È una semplificazione quasi consolatoria: se esistesse un unico regista, basterebbe trovarlo e avremmo finalmente una spiegazione.
La realtà può essere molto più inquietante perché è molto più umana: interessi differenti che occasionalmente convergono, uomini che proteggono altri uomini, strutture che difendono se stesse, silenzi che diventano convenienti, verità considerate troppo pericolose o troppo imbarazzanti per emergere subito.
Per questo aprire gli archivi non indebolisce lo Stato. Lo rafforza.
Riconoscere un depistaggio non delegittima la Repubblica. La delegittimerebbe semmai pretendere che non sia mai avvenuto.
La democrazia non è l’assenza delle ombre. È la capacità di accendere la luce anche nelle stanze nelle quali qualcuno, per molto tempo, avrebbe preferito lasciarla spenta.
Il 25 settembre ricordiamo Cesare Terranova e Antonino Saetta; il 26 Mauro Rostagno. Uomini diversi, vittime della mafia, accomunati dalla scelta di non voltarsi dall’altra parte. Ricordarli significa anche pretendere che, tra segreti, depistaggi e archivi ancora aperti, lo Stato non abbia paura della propria verità. Perché una Repubblica non si difende nascondendo le sue ombre, ma avendo la forza di illuminarle.
