Al Palazzo di Vetro le parole sembrano ormai proiettili: Trump minaccia Teheran e attacca Cuba, l’Avana lascia l’aula; Pezeshkian mostra le fotografie dei bambini uccisi a Minab e la delegazione americana se ne va; Zelensky indica Putin come il “paziente zero” della guerra. L’ONU resta in piedi, ma il dialogo appare sempre più fragile.

Doveva essere il luogo nel quale persino i nemici continuano a parlarsi. L’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite, iniziata a New York il 22 settembre, ha invece restituito l’immagine di un mondo nel quale la diplomazia rischia di trasformarsi nella prosecuzione della guerra con altri mezzi: minacce dal podio, fotografie di bambini morti, accuse, delegazioni che si alzano e abbandonano l’aula. Il problema non è soltanto ciò che Donald Trump, Masoud Pezeshkian o Volodymyr Zelensky hanno detto. È ciò che questa successione di discorsi racconta sullo stato delle relazioni internazionali.

C’è qualcosa di profondamente simbolico in ciò che è accaduto al Palazzo di Vetro. Le Nazioni Unite nacquero perché, dopo due guerre mondiali, l’umanità aveva compreso che anche la parola più aspra è preferibile alla bomba. Ottantuno anni dopo, invece, persino le parole sembrano aver assunto la forma delle armi.

Donald Trump è arrivato all’ONU con il linguaggio che caratterizza la sua concezione della politica internazionale: forza, deterrenza, minaccia, rapporto diretto fra potenza militare e capacità negoziale. Nel suo intervento del 22 settembre ha rivendicato che, mentre altri avrebbero parlato, lui avrebbe “agito”; soprattutto ha avvertito l’Iran delle conseguenze di un mancato accordo, arrivando a prospettarne l’“annientamento”. Non si trattava dunque soltanto della tradizionale fermezza americana sul nucleare iraniano, ma di una retorica nella quale la superiorità militare degli Stati Uniti diventava essa stessa argomento diplomatico.

Poi è venuta Cuba. Trump ha definito l’isola uno Stato fallito, ha attaccato il regime comunista e annunciato che la libertà sarebbe arrivata a Cuba. La delegazione cubana ha risposto non con un discorso ma con un gesto: si è alzata e ha abbandonato l’aula. È un particolare che potrebbe apparire marginale e invece dice molto. All’ONU perfino l’assenza è diventata linguaggio. Non si ascolta più l’avversario per contestarlo: si lascia vuota la sedia mentre parla.

Il giorno successivo è avvenuto quasi il contrario. Sul podio è salito il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. E lì la geopolitica ha improvvisamente assunto il volto insopportabile delle vittime. Pezeshkian ha mostrato le fotografie dei bambini morti nel bombardamento della scuola di Minab del 28 febbraio e ha risposto direttamente alle accuse americane: l’Iran, ha sostenuto, non sarebbe il terrorista ma una vittima del terrorismo. Ha poi accusato le potenze che pretendono di imporre con la forza il proprio ordine e ha parlato esplicitamente di resistenza ai “bulli”. A quel punto è stata la delegazione degli Stati Uniti ad abbandonare l’aula.

Qui occorre però uscire dalla propaganda di entrambe le parti e fermarsi sui fatti. L’attacco alla scuola femminile Shajareh Tayyebeh di Minab non è soltanto un elemento della narrazione iraniana. Un’indagine interna americana aveva indicato come probabile la responsabilità delle forze statunitensi; esperti consultati da Reuters avevano identificato nel filmato dell’attacco un missile compatibile con un Tomahawk americano. Più recentemente, una missione investigativa delle Nazioni Unite ha affermato di avere ragionevoli motivi per ritenere che gli Stati Uniti abbiano commesso crimini di guerra in attacchi condotti in Iran, includendo quello alla scuola di Minab. Washington ha contestato o non riconosciuto in modo definitivo alcune ricostruzioni, mentre l’indagine militare statunitense sul caso era stata elevata a un livello superiore.

Questo non cancella né rende irrilevanti le gravissime accuse rivolte a Teheran per la repressione interna: la stessa missione ONU ha parlato anche di possibili crimini contro l’umanità commessi dalle autorità iraniane durante la repressione delle proteste. Ma proprio qui dovrebbe trovarsi la ragione d’essere delle Nazioni Unite: impedire che il dolore delle vittime venga riconosciuto soltanto quando appartiene al campo geopolitico che ci conviene difendere.

E poi l’Ucraina. Volodymyr Zelensky è salito sullo stesso podio e ha costruito la sua requisitoria contro Vladimir Putin attraverso un’immagine destinata a restare: il presidente russo come “paziente zero”, colui dal quale il contagio della guerra continuerebbe a propagarsi. Ha sostenuto che Putin non sappia vivere senza guerra e ha chiesto di ridurre lo spazio economico e politico nel quale Mosca può continuare il conflitto. La sua è naturalmente la voce del presidente di un Paese invaso e ancora in guerra con la Russia; ma il dato di partenza non è soltanto retorico: le Nazioni Unite continuano a definire l’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina una violazione della Carta dell’ONU.

Tre presidenti, dunque, e tre modi di trasformare il podio delle Nazioni Unite in un campo di battaglia simbolico. Trump esibisce la forza americana e presenta l’azione come alternativa all’inconcludenza della diplomazia. Pezeshkian contrappone alle minacce la fotografia dei morti e accusa l’Occidente di applicare il diritto internazionale a geometria variabile. Zelensky prova a concentrare sul Cremlino la responsabilità politica della prosecuzione della guerra ucraina.

E intanto le delegazioni si alzano.

Forse è proprio questa l’immagine più preoccupante dell’Assemblea del 2026. Non Trump che attacca Cuba, non Pezeshkian che risponde agli Stati Uniti, non Zelensky che definisce Putin “paziente zero”. Ma uomini incaricati di rappresentare Stati che, quando parla l’avversario, decidono di non ascoltare.

Perché il Palazzo di Vetro non è stato costruito per riunire gli amici. Per parlare con gli amici bastano un telefono, un vertice bilaterale, una cena diplomatica. L’ONU esiste soprattutto perché possano sedersi nella stessa stanza coloro che si combattono, si accusano, si temono e magari si detestano. Nel momento in cui anche quella stanza diventa soltanto un palcoscenico sul quale esibire i propri muscoli, mostrare i propri morti o delegittimare il nemico, il problema non riguarda più soltanto Washington, Teheran, Mosca, Kiev o L’Avana.

Riguarda tutti.

Il presidente dell’Assemblea generale Khalilur Rahman, inaugurando il dibattito, ha ricordato che fuori da quelle mura la gente non si domanda più se le Nazioni Unite esistano, ma se funzionino davvero. È forse la domanda più seria risuonata in questi giorni a New York.

Perché quando la diplomazia smette di essere l’arte di continuare a parlarsi proprio quando tutto spingerebbe a sparare, resta soltanto la logica della forza. E in quella logica non vincono necessariamente i popoli, né tantomeno i bambini le cui fotografie vengono mostrate nelle assemblee internazionali. Vince semplicemente chi, in quel determinato momento della storia, dispone del missile più potente.

Al Palazzo di Vetro il vero sconfitto rischia di essere il principio per cui l’ONU fu fondata: mantenere aperta la parola quando le armi l’hanno già resa quasi impossibile. Le fotografie dei bambini di Minab, le minacce americane, le sedie lasciate vuote e l’appello di Zelensky contro Putin ricordano che il diritto internazionale serve soprattutto quando applicarlo è scomodo. Altrimenti rimane soltanto una grammatica della potenza.