Decine di delegazioni abbandonano l’Assemblea mentre parla il premier israeliano. Lui replica chiamandole «codardi morali», difende le guerre di Israele, esibisce un cercapersone e un terminale Starlink e respinge le accuse su Gaza. Ma nel Palazzo nato per far dialogare i nemici, ormai anche una sedia vuota diventa un’arma diplomatica.


Benjamin Netanyahu sale sul podio delle Nazioni Unite e una parte dell’aula si alza e se ne va. Il premier israeliano non arretra: provoca chi esce, difende l’attacco all’Iran, rivendica l’azione dell’Idf e respinge l’accusa di genocidio. È difficile trovare un’immagine più efficace dello stato attuale delle relazioni internazionali: l’ONU continua a essere il luogo universale della parola proprio mentre molti dei suoi protagonisti sembrano avere smesso di ascoltarsi.


Il momento più eloquente del discorso di Benjamin Netanyahu all’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 24 settembre, forse non è stato pronunciato dal premier israeliano. È stato il rumore delle sedie. Decine di delegati si sono alzati quando Netanyahu ha preso la parola e hanno lasciato l’aula in segno di protesta. Reuters ha documentato il walkout; la cronaca italiana ha registrato la replica immediata del premier, che ha invitato gli altri «codardi morali» eventualmente presenti ad andarsene.
La scena dice molto più di una contestazione. Il Palazzo di Vetro è stato costruito perché chi non si sopporta continui almeno a sedersi nella stessa stanza. Quando la sedia vuota sostituisce la parola, invece, anche il dissenso diventa una forma di incomunicabilità. Non significa che una delegazione non abbia diritto di manifestare la propria protesta; significa constatare quanto profonda sia diventata la frattura diplomatica attorno a Israele, Gaza, Cisgiordania e all’intero Medio Oriente.

Netanyahu, del resto, non ha cercato un registro conciliante. Ha scelto il linguaggio della sfida. Ha sostenuto che Israele, difendendo se stesso, avrebbe difeso anche alcuni dei Paesi i cui rappresentanti stavano lasciando l’aula, aggiungendo che diversi leader lo avrebbero ringraziato privatamente per l’azione contro il programma nucleare iraniano. Ha definito l’attacco agli impianti iraniani una delle decisioni più semplici prese da primo ministro perché, ha sostenuto, senza quell’intervento «saremmo tutti morti».

Poi è arrivata la simbologia. Un cercapersone, richiamo evidente all’operazione contro Hezbollah. Un dispositivo Starlink, mostrato come simbolo della libertà di comunicazione negata dal regime di Teheran. Nel resoconto della giornata Netanyahu ha contrapposto più volte un Israele che si considera assediato e costretto a combattere alla rappresentazione internazionale di un Paese sempre più contestato per la condotta delle proprie operazioni militari.
È su Gaza, inevitabilmente, che le due narrazioni diventano inconciliabili. Netanyahu ha dichiarato che Israele non avrebbe commesso un genocidio, ma lo avrebbe impedito, richiamandosi al massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023. Sul versante opposto, una Commissione internazionale indipendente d’inchiesta istituita dal Consiglio dei diritti umani dell’ONU ha concluso nel 2025 che le autorità israeliane hanno commesso genocidio a Gaza e nel giugno 2026 ha ribadito le proprie conclusioni anche in relazione alle conseguenze sui bambini palestinesi. Israele ha respinto questa qualificazione. La causa promossa dal Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia resta distinta da quelle conclusioni: la Corte ha adottato misure provvisorie vincolanti, ma ciò non equivale a una sentenza definitiva sul merito dell’accusa di genocidio.

È importante mantenere questa distinzione, proprio perché la tragedia di Gaza non ha bisogno di scorciatoie propagandistiche. António Guterres, aprendo il dibattito generale il 22 settembre, ha ricordato contemporaneamente «gli abominevoli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre» e la successiva devastazione dei palestinesi a Gaza, descrivendo una scala di morte e distruzione senza precedenti nella sua esperienza di segretario generale. Ha richiamato tutti al rispetto del diritto internazionale e delle decisioni della Corte.

Qui si colloca forse il punto vero della giornata newyorchese. Netanyahu può ricordare, e deve poter ricordare, gli israeliani assassinati e sequestrati il 7 ottobre. I palestinesi possono ricordare, e devono poter ricordare, le decine di migliaia di morti, le distruzioni e lo sradicamento subiti negli anni successivi. Una tragedia non cancella l’altra. Il diritto internazionale esiste precisamente per impedire che il dolore di un popolo diventi autorizzazione illimitata all’uso della forza oppure che le responsabilità di Hamas diventino un alibi per ignorare ciò che accade alla popolazione palestinese.

Ecco perché anche l’espressione «codardi morali» rivolta a chi lasciava l’aula merita di essere letta al di là della polemica del momento. Netanyahu voleva rovesciare l’accusa: non Israele isolato dal mondo, ma il mondo incapace — secondo la sua tesi — di riconoscere che Israele combatte nemici che minacciano anche l’Occidente. Chi è uscito dall’aula ha voluto comunicare esattamente l’opposto: che esiste un limite oltre il quale la condotta del governo israeliano non può più essere trattata come normale amministrazione di una guerra.

Due narrazioni che non si incontrano.

E tuttavia l’ONU dovrebbe esistere proprio perché si incontrino. Il segretario generale ha ricordato in questi giorni un principio elementare e ormai rivoluzionario: la pace non è semplicemente assenza di combattimenti, ma «limitazione del potere attraverso il diritto». La forza non può essere l’arbitro ultimo di quali vite, diritti e futuri abbiano valore.

Netanyahu ha parlato di vittoria. Le delegazioni che hanno lasciato la sala hanno parlato attraverso la loro assenza. Fuori dal Palazzo di Vetro manifestanti pro-palestinesi protestavano contro di lui; alcune personalità, tra cui Susan Sarandon, Cynthia Nixon e Hannah Einbinder, sono state arrestate durante le manifestazioni. Dentro, il premier israeliano ribadiva che il suo Paese avrebbe continuato a combattere perché, dal suo punto di vista, non esiste alternativa alla difesa armata.

Rimane una domanda meno spettacolare dei cercapersone mostrati dal podio e delle delegazioni in marcia verso l’uscita: che cosa resta della diplomazia quando ciascuno entra nell’Assemblea generale soltanto per parlare ai propri e non più per farsi ascoltare dagli altri?

Il rischio più serio per le Nazioni Unite non è avere al proprio interno governi che si accusano reciprocamente. Sono nate esattamente per questo. Il rischio comincia quando gli Stati arrivano alla conclusione che ascoltare l’avversario equivalga già a legittimarlo.

A quel punto il Palazzo di Vetro può continuare a ospitare bandiere, traduttori simultanei e discorsi solenni. Ma fuori dalle sue pareti la politica internazionale torna lentamente a parlare il linguaggio più antico che conosciamo: quello della forza.


Il walkout contro Netanyahu e la sua risposta sprezzante fotografano una crisi che supera Israele e Palestina: l’ONU rischia di diventare il luogo nel quale tutti possono parlare ma sempre meno persone vogliono ascoltare. E quando il diritto, la diplomazia e persino il dissenso non riescono più a condividere la stessa aula, a riempire le sedie lasciate vuote finisce quasi sempre per essere la forza.