Nel cuore del VI arrondissement, tra le mura dell’antico convento dei Carmelitani, il Papa ha incontrato il volto più sorprendente della Francia cattolica: i catecumeni e i neofiti, protagonisti di un fenomeno che smentisce ogni sociologia della scristianizzazione. Leone XIV non si è limitato a stupirsi. Ha chiesto alla Chiesa francese di assumersene la responsabilità, perché lo stupore, da solo, non basta.

lI luogo, ancora una volta, parla prima delle parole. L’Institut Catholique de Paris sorge sul sito del convento dei Carmelitani scalzi di rue de Vaugirard. Qui, nel Seicento, visse un umile fratello converso, cuoco e ciabattino, che la cristianità avrebbe conosciuto come Lorenzo della Risurrezione, maestro della «pratica della presenza di Dio» tra le pentole e i piatti da lavare. E qui, nel settembre del 1792, nel giardino dello stesso convento, furono massacrati oltre cento sacerdoti che avevano rifiutato il giuramento alla Costituzione civile del clero. Mistica del quotidiano e martirio: le due radici della Chiesa di Francia si incontrano in quel chiostro. Il Papa ha voluto confidare che frate Lorenzo ha segnato profondamente il suo stesso cammino di fede. È un dettaglio personale, ma rivela lo stile di un pontificato che preferisce la santità feriale all’eroismo spettacolare.

Davanti a Leone XIV sedevano i membri dell’assemblea sinodale della provincia ecclesiastica di Parigi, i docenti e gli studenti dell’ateneo e soprattutto loro, i catecumeni e i neofiti. Tre donne, Jaodie, Marielle e Sophie, hanno raccontato il proprio cammino. E il Papa ha esordito con una parola che non appartiene al vocabolario della pianificazione pastorale: gratitudine per l’«opera imprevedibile di Dio». Riconosce il paradosso. Tante persone riscoprono il Vangelo proprio in una società fortemente secolarizzata come quella francese, e questo è il segno di una grazia che supera le analisi statistiche e sociologiche. Chi, negli anni scorsi, dava per spacciato il cattolicesimo d’Oltralpe, si trova oggi a fare i conti con oltre tredicimila battesimi di adulti in una sola notte di Pasqua.

Ma il Papa, agostiniano fino al midollo, diffida delle consolazioni facili. Il fenomeno smentisce il «pessimismo sterile» denunciato da Francesco nella Evangelii gaudium, ma non autorizza, dice Leone XIV, una beatitudine ingenua. Bisogna interrogarsi, cercare, agire. Le immagini scelte per descrivere questi nuovi credenti sono di una delicatezza evangelica: una piccola fiamma accesa dallo Spirito nell’oscurità della notte, un piccolo seme che vuole crescere in mezzo alle spine e ai rovi. Fiamme e semi sono fragili. Chi li riceve ne diventa responsabile.

La proposta centrale del discorso è un’espressione che il Papa prende in prestito dall’episcopato francese: una Chiesa «in stato di iniziazione». È un ritorno alle radici. Leone XIV ricorda che già dopo la Seconda guerra mondiale la Francia fu un laboratorio del catecumenato adulto, e che quel fermento teologico e liturgico confluì nel rinnovamento conciliare. Richiama la Lettera ai cattolici di Francia del 1996, quella del celebre «proporre la fede nella società attuale», e la contemporanea edizione francese del Rituale dell’iniziazione cristiana degli adulti. Il messaggio è chiaro: la Chiesa francese non deve inventare nulla, deve ritrovare la propria tradizione migliore.

Essere in stato di iniziazione significa accogliere i nuovi cercatori di Dio come un’opportunità e come una missione. L’opportunità: grazie a loro, l’intera comunità rinnova il proprio cammino e riscopre la gioia del Vangelo. Chi ha visto un adulto piangere di commozione al fonte battesimale sa quanto questa gioia sia contagiosa per i cristiani stanchi. La missione: prendersi cura di loro anche dopo i sacramenti. E qui il Papa raccoglie la domanda più drammatica emersa dalle testimonianze, quella di Marielle: come evitare il «vuoto post-battesimale»? È il nodo che tutti gli operatori pastorali francesi conoscono. Dopo l’intensità del catecumenato, dopo la notte di Pasqua, molti neofiti si ritrovano in parrocchie anziane, frettolose, incapaci di accoglierli. E spesso se ne vanno.

La risposta di Leone XIV è concreta. Servono uno spazio familiare e una formazione il più possibile integrale: biblica, teologica, dottrinale, morale, capace di unificare fede e vita. I neofiti, osserva il Papa, hanno sete di fondamenti. Non chiedono una fede annacquata, ma una fede solida. E poi la liturgia, sulla quale il Papa pronuncia una frase teologicamente decisiva: la liturgia non è una realtà «posteriore» alla catechesi, dove si mette in pratica ciò che si è imparato. È l’evento che manifesta e attualizza la Pasqua di Cristo e comunica la vita stessa di Dio. Molti catecumeni, lo si è sentito nelle testimonianze, sono entrati nella fede attraverso la bellezza di un rito. Il Papa chiede di non fermarsi sulla soglia, ma di condurli dentro la ricchezza della liturgia conciliare. È la stessa linea dell’omelia di Notre-Dame: la liturgia come porta, non come bandiera.

Il capitolo sui formatori è forse il più operativo. Il Papa riprende l’antica figura dei padrini e delle madrine «di comunità», formati appositamente per accompagnare i neofiti. Raccomanda la conoscenza approfondita del Rituale. E aggiunge un’annotazione preziosa: gli operatori pastorali vanno formati anche nelle qualità umane, perché non tutti arrivano con una semplice sete spirituale. Alcuni portano ferite profonde, solitudini, storie complesse e poco lineari. Serve un «sapiente equilibrio» tra l’accoglienza che ascolta e l’incoraggiamento alle sfide esigenti della fede, rispettando il ritmo di ciascuno. È la sinodalità nella sua forma più semplice: camminare insieme, preti e laici, padrini e catecumeni, arricchendosi a vicenda.

Poi il Papa rovescia la prospettiva, e qui il discorso tocca il suo vertice. I neofiti non sono soltanto destinatari di cure: la loro fede è un tesoro offerto alla Chiesa di Francia e alla Chiesa universale. L’esempio scelto non poteva essere più eloquente sulle labbra di un figlio di sant’Agostino. Il catecumeno più celebre della storia fu iniziato alla fede da sant’Ambrogio. Al momento del Battesimo, a Milano, la sua fede era un piccolo seme. Quel seme è diventato un albero sotto le cui fronde ancora oggi troviamo riposo. Chissà, sembra suggerire il Papa, se tra i ragazzi battezzati quest’anno a Parigi, a Lione o a Marsiglia non si nasconda un Agostino del terzo millennio. Di qui il mandato: a vostra volta, siate missionari del Vangelo in questa società.

Il congedo affida il cammino a due santi che sono quasi un programma. Teresa di Lisieux, con la «piccola via» della fiducia che apre le porte della grazia. E Martino di Tours, il catecumeno soldato che divise il mantello con il povero prima ancora di essere battezzato, icona della condivisione. Poi la Vergine Maria, patrona principale della Francia, e i protettori di Parigi, Genoveffa e Dionigi. In quel luogo dove un fratello cuoco trovava Dio tra le stoviglie e dove i martiri del 1792 versarono il sangue per la fede, il Papa ha consegnato ai nuovi cristiani di Francia la stessa eredità: la presenza del Signore nella vita quotidiana, custodita fino in fondo.


Nell’antico convento dei Carmelitani, luogo della mistica quotidiana di frate Lorenzo della Risurrezione e dei martiri del 1792, il Papa incontra catecumeni, neofiti e assemblea sinodale di Parigi. Stupore per l’«opera imprevedibile di Dio», ma nessuna beatitudine ingenua. Una Chiesa «in stato di iniziazione», padrini e madrine di comunità, una formazione integrale e la liturgia come evento e non come appendice della catechesi, per colmare il vuoto dopo il Battesimo. E l’esempio di Agostino, piccolo seme diventato albero.