La seconda giornata parigina inizia dai migranti
La mattina dopo l’Eliseo, l’UNESCO, Notre-Dame e lo Stade de France, il Papa ha scelto di cominciare la sua seconda giornata parigina in una casa del XVIII arrondissement che porta il nome di una schiava africana. Un discorso breve, quasi sussurrato, che contiene forse la chiave di lettura dell’intero viaggio: la storia non la scrive chi occupa lo spazio, ma chi lo fa.
Nei viaggi papali l’ordine degli appuntamenti non è mai casuale. Venerdì Leone XIV aveva parlato ai potenti della Repubblica, agli ambasciatori delle Nazioni, al clero di Francia e a ottantamila giovani. Sabato mattina, prima della grande Messa in Place de la Concorde, ha voluto sedersi tra migranti, esuli e rifugiati, nella casa che l’arcidiocesi di Parigi affida alle Suore scalabriniane. Chi conosce la grammatica dei gesti pontifici sa che la prima parola di una giornata è spesso la più importante.
Il nome della casa è già un programma. Giuseppina Bakhita nacque intorno al 1869 nel Darfur. Rapita bambina dai negrieri, fu venduta più volte sui mercati di El Obeid e di Khartum, frustata e sfregiata con decine di incisioni sulla pelle. Non ricordava più neppure il proprio nome. «Bakhita», cioè «fortunata», glielo diedero i suoi rapitori, con una crudeltà che solo la grazia avrebbe trasformato in profezia. Riscattata dal console italiano, condotta in Veneto, accolta dalle Canossiane di Venezia, ottenne da un tribunale nel 1889 il riconoscimento della propria libertà. L’anno dopo chiese il Battesimo. Visse mezzo secolo a Schio, portinaia e cuoca, chiamando Dio con il nome dialettale del padrone buono: «el Paròn». Benedetto XVI la pose al centro della Spe salvi come icona della speranza che libera. Oggi è la patrona delle vittime della tratta.
Leone XIV parte da lei per una riflessione sulle donne, e il passaggio merita di essere letto con attenzione. Le donne, dice, hanno un ruolo fondamentale nella costruzione di una civiltà dell’amore, alternativa a una cultura che disgrega le comunità e «rende malate di solitudine le città». Poi generalizza, con una frase che potrebbe stare in un trattato di teologia della storia: la storia della Chiesa e dell’umanità non è scritta da chi sembra vincere imponendosi e occupando lo spazio, ma da chi «fa spazio», avvia processi di pace, genera fiducia, incoraggia alla vita. È un’eco del principio caro a Papa Francesco, per cui il tempo è superiore allo spazio. Ma qui diventa più concreto, più femminile, più materno. Fare spazio è il gesto di Maria che accoglie il Verbo, delle suore scalabriniane che accolgono lo straniero, di Bakhita che perdona i suoi aguzzini. Il Papa precisa che non si tratta di sentimenti, ma di «decisioni e investimenti controcorrente». In una Francia dove l’immigrazione è il nervo scoperto di ogni campagna elettorale, la parola «investimenti» non è scelta a caso.
Il cuore teologico del discorso è una citazione di Dilexi te, l’esortazione apostolica che Leone XIV ha dedicato all’amore per i poveri. Per i cristiani i poveri non sono una categoria sociologica, ma la carne stessa di Cristo. Non basta enunciare in astratto la dottrina dell’Incarnazione: bisogna specificare che il Signore si fa carne che ha fame, che ha sete, che è malata, che è carcerata. È il realismo del capitolo 25 di Matteo, ed è il realismo di Francesco d’Assisi. Il Poverello, nel suo Testamento, racconta di essere stato condotto dal Signore tra i lebbrosi, e che ciò che prima gli sembrava amaro gli fu mutato in dolcezza d’anima e di corpo. La conversione cristiana comincia sempre così: non da un’idea sul povero, ma da un abbraccio al povero.
C’è poi una frase che gli operatori sociali dovrebbero appendere sulle pareti dei loro uffici. Nessuno è così povero da non avere qualcosa da dare, e nessuno è così ricco da non avere qualcosa da ricevere. È il superamento radicale dell’assistenzialismo, che divide il mondo in chi dona e chi riceve e rischia di umiliare entrambi. Per il Papa ogni incontro è uno scambio di doni, e nel limite di ciascuno che si apre all’altro si fa vicino «l’Altro per eccellenza». Chi ha trascorso anni in Africa lo sa per esperienza. Si parte convinti di portare qualcosa e si torna consapevoli di aver ricevuto molto di più: la fede dei poveri, la loro ospitalità, la loro capacità di gioire con niente.
Il Papa sceglie poi un brano di san Paolo che, letto in quella sala, acquista un rilievo sorprendente. Nella Prima lettera ai Corinzi l’Apostolo spiega che l’occhio non può dire alla mano «non ho bisogno di te», e che le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie. Leone XIV ricorda che Corinto era una delle metropoli più ricche e dinamiche del suo tempo, e che lì il Vangelo fu accolto da molti poveri e schiavi, poi aggiunge: «come alcuni di voi oggi». Quattro parole che collocano i migranti di Parigi nella stessa linea delle prime comunità cristiane. La Parigi del XXI secolo come la Corinto del I: una metropoli cosmopolita dove la Chiesa nasce, e rinasce, dagli ultimi.
La redenzione, conclude il Papa, non è un’utopia: «è possibile, è iniziata, è in corso e ci coinvolge». Tre verbi al presente per dire che la Maison Bakhita non è un’opera di supplenza sociale, ma un luogo teologico, dove il Corpo di Cristo prende forma visibile. In un’Europa che discute di confini, quote e respingimenti, Leone XIV non ha fatto un comizio. Ha fatto qualcosa di più disarmante: ha ricordato che una schiava sudanese è diventata santa perché qualcuno le ha fatto spazio, e che quella santa oggi dà il nome a una casa dove altri, venuti da lontano, possono diventare fratelli.
Prima della Messa alla Concorde, il Papa sceglie i migranti accolti dalle Suore scalabriniane nel nome di santa Giuseppina Bakhita, la schiava del Darfur divenuta santa. Il ruolo delle donne in una civiltà dell’amore, i poveri come carne di Cristo secondo Dilexi te, lo scambio di doni in cui nessuno è troppo povero per dare. E la Parigi di oggi letta come la Corinto di san Paolo, dove il Vangelo fu accolto anzitutto da poveri e schiavi.
