Ottantamila giovani, biglietti esauriti in un’ora, uno stadio costruito per le vittorie sportive e trasformato per una notte in cattedrale a cielo aperto. A Saint-Denis, nel dipartimento più giovane, più povero e più multiculturale di Francia, Leone XIV ha cominciato con un grazie e ha finito con un «Eccomi». In mezzo, la proposta più controcorrente che si possa fare a una generazione ansiosa: la santità.

C’è una geografia che parla prima delle parole. Lo Stade de France sorge a Saint-Denis, a pochi passi dalla basilica dove riposano i re di Francia e dove, secondo la tradizione, il primo vescovo di Parigi giunse camminando dopo il martirio. Lo stadio si trova però nel cuore della Seine-Saint-Denis, la banlieue che le cronache raccontano per le sue fratture sociali. È qui che la Francia festeggiò la Coppa del mondo del 1998, quando una squadra dai mille volti sembrò incarnare per una notte la promessa repubblicana. Ed è qui che Leone XIV ha scelto di dire ai giovani francesi la prima frase della serata, forse la più audace del viaggio: «Voi siete i santi di Francia!».

Non è un complimento: è una vocazione. E il Papa l’ha declinata in dialogo, rispondendo a due volti concreti. Il primo è quello di Chloé, venticinque anni, studentessa di farmacologia, animatrice di un gruppo di giovani cattolici nei quartieri popolari dell’Île-de-France che porta un nome bellissimo, La Cité Céleste. La sua domanda è quella di tutta una generazione di neofiti e di cristiani rimotivati: come annunciare Cristo con forza senza tradire l’amicizia con chi non crede? La risposta del Papa parte da un rovesciamento. È vero, la società sembra indifferente a Dio. Ma Dio non è indifferente all’uomo. E il problema, aggiunge Leone XIV, non è soltanto che molti siano estranei alla questione di Dio: altrettanto grave è che siano estranei alla questione dell’uomo, indifferenti al prossimo, pronti a scartare l’innocente e il malato come se ciascuno valesse per ciò che produce.

Poi una frase che i lettori di Nietzsche e di de Lubac riconosceranno subito: «È l’uomo che si perde, dicendo che Dio è morto». Il dramma dell’umanesimo ateo, per dirla con il gesuita francese, non riguarda Dio ma la creatura che, perdendo il Padre, smarrisce sé stessa e riduce l’esistenza a un vicolo cieco. A questo il Papa oppone la professione di san Paolo, «per me vivere è Cristo», fatta ripetere a tutto lo stadio. E indica la via che tiene insieme coraggio e rispetto: annunciare il Vangelo come buona notizia per tutti. Un Vangelo che non porta al conflitto, ma educa al perdono e alla cura fraterna. Nel Paese della laicità e delle periferie a maggioranza musulmana, il Papa cita Nostra aetate, ricorda gli incontri tra giovani del Mediterraneo e aggiunge una frase che è insieme una regola missionaria e una norma evangelica: è impossibile testimoniare Cristo senza amare coloro ai quali vogliamo annunciarlo.

Il secondo volto è quello di François, cresciuto nelle campagne della Borgogna, studente di agronomia, capo scout, innamorato della liturgia e organizzatore di pellegrinaggi in mountain bike. La sua domanda è più intima: come discernere dove il Signore ci aspetta, quando l’ansia e l’incertezza spengono l’entusiasmo? Il Papa non minimizza. Nomina con precisione le angosce della generazione Z: la precarietà del futuro, la provvisorietà degli affetti, l’affaticamento da schermo, l’ansia climatica ed economica. Chiede di ascoltarle e di tenere il cuore aperto alle sofferenze dei compagni. Ma poi ribalta la prospettiva, con san Paolo: siamo vasi di creta che custodiscono un tesoro, e proprio nella debolezza siamo forti. La fragilità, per il discepolo, non è un ostacolo alla testimonianza: ne è l’occasione.

Il metodo di discernimento che il Papa propone è antico e semplicissimo. La Parola come lampada. La preghiera insieme al servizio, l’adorazione insieme all’azione. E il silenzio, «così raro e così necessario, lontano dal frastuono mediatico». Poi l’esempio dei santi, e l’elenco è tutto francese. Eugène de Mazenod e il Curato d’Ars, preti appassionati di Cristo. Teresa di Lisieux e la sua «piccola via». La beata Pauline Jaricot, la laica di Lione da cui nacque l’Opera della Propagazione della Fede, e dunque la madre spirituale di ogni animazione missionaria, compresa quella di questa rubrica. E i cinquanta martiri dell’apostolato, giovani cattolici francesi che durante la Seconda guerra mondiale seguirono i lavoratori deportati in Germania e morirono nei lager. Tra loro il beato Marcel Callo, scout e operaio, che nella notte del campo di concentramento rimase interiormente libero. Chi, come me, è figlio spirituale di san Massimiliano Kolbe non può non riconoscere in quella libertà inviolabile, conservata dietro il filo spinato, la stessa luce di Auschwitz.

Poi il Papa ha fatto una cosa che non si vedeva da tempo in un raduno giovanile: ha chiamato per nome la vocazione sacerdotale e religiosa. Si è rivolto a quanti, «numerosi qui stasera», sentono la chiamata alla via più stretta: la Chiesa in Francia ha tanto bisogno di voi, vi aspetta, non abbiate paura. E ha fatto gridare a ottantamila voci una sola parola: «Eccomi, Signore!». Per congedarsi dal dialogo ha ripreso la preghiera che Giovanni Paolo II affidò ai giovani della GMG di Parigi nel 1997. Molti dei genitori dei ragazzi di ieri sera erano su quei prati di Longchamp.

La meditazione finale è costruita su tre verbi della Prima lettera a Timoteo, che compongono un piccolo trattato di vita spirituale. Evita: l’orgoglio, la vanità, la violenza, l’avidità, quella bramosia che consuma le relazioni senza donare. E qui il Papa conia un’espressione destinata a girare sui social che denuncia: uno stile di vita che spinge ad avere tutto ma a non essere nessuno, a ricevere una quantità di like restando soli con sé stessi. Tendi: alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. È il cammino di santità, un «allenamento costante» e una scelta positiva del bene, perché non basta evitare il male. Il criterio offerto è di una limpidezza evangelica: il bene dà la vita e non la toglie mai, si prende cura e non prende per sé. Da qui il Papa ricava, ancora una volta, il fondamento cristiano dell’uguaglianza e della fraternità repubblicane: prima che prescrizioni legali, sono le scelte coraggiose di un cuore libero.

Infine, combatti. Nella terra di Giovanna d’Arco il verbo suona forte, e il Papa lo sa. Per questo lo purifica subito. La lotta cristiana non è contro gli altri e non usa le armi della violenza o del disprezzo: la sua unica arma è l’amore che si dona. È la «buona battaglia» che coincide con la «bella testimonianza», quella di Gesù davanti a Pilato, la verità dell’amore davanti all’ipocrisia del potere. L’aggettivo greco kalós tiene insieme il bello e il ben fatto.

Il congedo è affidato a due reliquie portate davanti ai giovani: la tunica e la croce. L’una è ciò che a Cristo fu tolto, l’altra ciò che gli fu dato. Gesù spogliato per rivestire noi della veste bianca; la croce, da strumento di morte, divenuta segno di speranza. Insieme, dice il Papa, rappresentano la Chiesa che nasce dalla vita di Dio donata al mondo. In uno stadio abituato a celebrare i vincitori, Leone XIV ha mostrato ai giovani di Francia il trofeo più paradossale della storia: un Uomo spogliato di tutto che ha vinto la morte.

Nello stadio della banlieue più giovane di Francia, il Papa risponde alle domande di Chloé e François. Annunciare Cristo senza smettere di amare chi non crede; attraversare ansia e fragilità come vasi di creta che custodiscono un tesoro; discernere alla scuola dei santi francesi, dal Curato d’Ars a Marcel Callo. Poi l’appello esplicito alle vocazioni e tre verbi per una generazione: evita, tendi, combatti. Perché si può avere tutto e non essere nessuno, collezionare like e restare soli.