C’è un modo tutto ecclesiastico di dire le cose più dure: con gratitudine, citando l’interlocutore, e lasciando che siano le sue stesse parole a giudicarlo. Leone XIV lo ha praticato con finezza nella Salle des fêtes dell’Eliseo. Ha ringraziato Emmanuel Macron per Notre-Dame, ha lodato il savoir-faire francese e ha evocato Clodoveo e René Cassin. Poi, senza mai alzare la voce, ha messo la «morte programmata» accanto alla maternità surrogata e al commercio di organi, a meno di sei settimane dalla legge che il presidente aveva promulgato.
Parigi, si sa, è la Ville lumière. Ma il Papa, aprendo il suo primo discorso in terra francese, ha subito lasciato intendere di quale luce intendesse parlare. Non quella dei boulevard né soltanto quella dei Lumières, bensì la luce più antica delle Scuole cattedrali, delle Università e delle Accademie, «luoghi essenziali di ricerca della verità». È una luce che, nel lessico di Leone XIV, ha un’origine precisa: sant’Ireneo, il battesimo di Clodoveo, il «genio spirituale, culturale, intellettuale, artistico e missionario» che l’anima francese ha attinto dal cristianesimo. Tutto il discorso è costruito come un rosone gotico, simile a quello scelto per il logo del viaggio. Al centro c’è la dignità della persona, e attorno si dispongono, come vetri colorati, la cultura, la carità, la laicità e la pace.
Il primo gesto è di riconoscenza, e non è formale. Notre-Dame risorta dalle ceneri diventa nelle parole del Papa il simbolo di una speranza ritrovata: la prova che ciò che si credeva distrutto per sempre può rinascere grazie alla collaborazione di tutti. Chi conosce le cronache degli ultimi giorni coglie la delicatezza del passaggio. La Santa Sede aveva declinato l’offerta presidenziale di una visita guidata alla cattedrale. Qui il Papa rende al presidente il merito che gli spetta, ma lo colloca dentro un «noi» più grande: gli artigiani, le maestranze, le istituzioni pubbliche e private. La cattedrale non è il trofeo di nessuno. È l’opera di un popolo.
Poi viene la pagina più sorprendente, quella sul motto repubblicano. Libertà, uguaglianza, fraternità, dice Leone XIV, non sono semplici parole incise sui frontoni: rimandano a esigenze etiche universali che trovano nel Vangelo «una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione». È un’operazione di restituzione. Il Papa non contesta l’eredità dell’Illuminismo, e anzi riconosce che la Francia portò al mondo «vere e proprie conquiste», tra cui la libertà religiosa. Ricorda però da quale sorgente quelle acque siano sgorgate. La fraternità senza un Padre comune, avrebbe detto Chesterton, è un’orfanità ben organizzata.
Il cuore letterario del discorso ha un nome caro ai lettori francesi: Georges Bernanos. Nel 1946, dall’esilio brasiliano, lo scrittore pubblicava La France contre les robots e denunciava il rischio di un «Paradiso delle Macchine», dove l’obbedienza cieca e l’irresponsabilità diventano padrone dell’uomo. Leone XIV lo cita per introdurre il tema che ha scelto per la sua prima enciclica, Magnifica humanitas, dedicata all’intelligenza artificiale. Bernanos contrapponeva a quel paradiso meccanico la vocazione secolare della civiltà francese: formare uomini liberi, pienamente responsabili delle proprie azioni. Il Papa rilancia questa vocazione con una formula esigente: occorre «formare le menti a un discernimento etico». In un’epoca che delega alle macchine anche il giudizio morale, il successore di Pietro chiede alla patria di Pascal e di Descartes di tornare a pensare.
Da qui il passaggio più atteso e più scomodo. Il Papa elogia la tradizione caritativa francese, da san Vincenzo de’ Paoli agli operatori sanitari delle istituzioni cattoliche di oggi, e la definisce «una vera e propria scuola di umanità sulla grandezza della cura». Poi riprende una frase del suo discorso al Corpo diplomatico di gennaio e ribadisce «con forza» che la tutela del diritto alla vita è il fondamento di ogni altro diritto umano. Infine denuncia la tentazione di aspettarsi dalla scienza un conforto per tutte le sofferenze, e compone il suo elenco: manipolazioni genetiche, maternità surrogata, acquisto di organi, «offerta di una morte programmata». La legge francese sull’«aiuto a morire» non viene mai nominata. Non ce n’era bisogno: il presidente che l’ha voluta sedeva in prima fila.
Il capitolo sulla laicità, pensato per il Paese della legge del 1905, è forse il più fine dal punto di vista politico. Leone XIV non contesta la separazione. Chiede che non diventi esclusione. Il cristiano impegnato nella vita pubblica, secondo coscienza illuminata dalla fede, «non può essere considerato un proselitista o una minaccia all’unità della patria». Una giusta laicità, prosegue, non consiste nell’escludere la religione dalla sfera pubblica o dall’istruzione, ma nel far dialogare lo Stato e le istituzioni religiose al servizio del bene comune. È l’eco della Gaudium et spes, citata esplicitamente, ed è insieme una difesa della scuola cattolica, che in Francia forma una parte rilevante della gioventù.
Poi c’è la pace. Qui il Papa si appoggia a Giovanni XXIII e alla Pacem in terris: arrestare la corsa agli armamenti, mettere al bando le armi nucleari, giungere al disarmo con controlli efficaci. Aggiunge una frase che nel Paese della force de frappe suona come un monito preciso: si diffonde la convinzione, «errata», che il possesso dell’atomica sia garanzia di sicurezza. La pace, conclude, non è un equilibrio di forze. La Francia è chiamata a tracciare «il solco di una pace disarmata e disarmante», un’espressione che è ormai una firma di questo pontificato.
Il colpo di scena, però, arriva nel congedo. Il Papa cita Macron. Riprende le parole pronunciate dal presidente il 9 aprile 2018 al Collège des Bernardins: una Chiesa che si disinteressasse delle questioni temporali verrebbe meno alla propria vocazione, e un presidente che si disinteressasse della Chiesa e dei cattolici verrebbe meno al proprio dovere. Leone XIV le definisce, con impeccabile cortesia, «significative per ciascuno». È una restituzione in piena regola. Il presidente che diserterà le Messe del viaggio si vede ricordare, nel proprio palazzo, il patto che aveva proposto egli stesso. Non c’è ironia nelle parole del Papa. C’è qualcosa di più efficace: la memoria.
L’ultima parola è per la Vergine Maria, «Patrona principale della Francia», secondo il voto con cui Luigi XIII, nel 1638, consacrò il regno all’Assunta. È una chiusa discreta e insieme programmatica. Il viaggio di Leone XIV proseguirà verso Lourdes, dove la Madre si presentò a una ragazzina analfabeta come l’Immacolata Concezione. All’Eliseo il Papa ha parlato ai potenti con il linguaggio della ragione. Tra i Pirenei parlerà ai poveri con quello del cuore. Ma la luce è la stessa, e la Ville lumière farebbe bene a ricordare da dove le venga.
Nel primo discorso del viaggio, davanti a Macron, il Papa rilegge la Francia con Bernanos e Giovanni XXIII: la luce della Ville lumière nasce dal Vangelo, la laicità vera non esclude la fede, la vita non si programma e la pace non si fonda sull’atomo. E restituisce al presidente le sue stesse parole del 2018.
