Davanti ai rappresentanti di quasi duecento Paesi, in un’aula abituata a risoluzioni, programmi e indicatori, Leone XIV ha fatto la cosa più inattuale e più necessaria: ha posto una domanda. Non «che cosa dobbiamo fare?», ma «che cosa significa essere umani?». E ha risposto partendo dal gesto più universale e più dimenticato, quello di nascere.
C’è una continuità sottile tra la mattina e il pomeriggio del primo giorno parigino di Leone XIV. All’Eliseo il Papa aveva evocato Bernanos e il suo «paradiso delle macchine». All’UNESCO, poche ore dopo, quella profezia è diventata una diagnosi. Il luogo non era casuale: nel giugno del 1980 san Giovanni Paolo II vi aveva pronunciato uno dei discorsi più alti del suo pontificato, ricordando con san Tommaso che il genere umano vive di arte e di ragione, e che l’uomo vive una vita veramente umana grazie alla cultura. Leone XIV riprende il filo quarantasei anni dopo, alla vigilia del settantacinquesimo della presenza della Santa Sede presso l’Organizzazione. E chiede ai delegati di non considerare l’UNESCO soltanto un illustre organismo internazionale, ma il luogo in cui l’umanità riflette su sé stessa.
Per farlo, il Papa sceglie la via più semplice e più radicale: un’antropologia in tre movimenti, che potrebbe stare in un’omelia di Natale. Anzitutto, l’uomo è colui che nasce. Essere umani significa essere figli, e nessuno di noi ha scelto da chi, quando o dove venire al mondo. Da questa evidenza biologica il Papa ricava una conseguenza etica: se siamo tutti figli, siamo tutti fratelli. Poi, tutti nasciamo nudi e bisognosi, «poveri per nascita», indigenti di pane e di parola, di cura e di affetto. Diventando adulti ce ne dimentichiamo, e di questa amnesia pagano il prezzo i più fragili, perché chi dimentica di essere stato accolto smette di accogliere e la vita, da dono, diventa merce. Infine, l’uomo è libero, ma di una libertà che comincia rispondendo: rispondendo alla parola di chi per primo ci ha guardati, con amore o con rifiuto. Da qui l’aggettivo che è ormai la firma del pontificato, dall’enciclica Magnifica humanitas in poi: la nostra umanità è magnifica, piena di potenzialità, benché segnata da molte ingiustizie. E la bellezza della libertà, dice il Papa, ha un nome: giustizia.
Su questo sfondo si staglia la frase più dura del discorso. La più terribile delle opere umane è la guerra, perché in essa la scienza stessa viene posta al servizio di una volontà di distruggere. Leone XIV la accosta al Preambolo della Costituzione dell’UNESCO, scritto sulle macerie del 1945: poiché le guerre nascono nello spirito degli uomini, è nello spirito degli uomini che vanno poste le difese della pace. Ottant’anni dopo, osserva il Papa, quelle parole non hanno perso nulla della loro forza. È cambiato il contesto. Allora la minaccia era la scienza piegata all’ideologia. Oggi è anche la tecnica piegata al profitto e al dominio.
Il passaggio sull’intelligenza artificiale è costruito come un paradosso da manuale di retorica classica. Da quando le macchine hanno assunto compiti un tempo umani, a certi sistemi computazionali abbiamo attribuito perfino il nome della nostra facoltà più alta, l’intelligenza. Nello stesso tempo fatichiamo a riconoscere la dignità delle persone, valutate col criterio dell’efficienza e scartate quando non producono più. Chiamiamo intelligenti le macchine e inutili gli uomini. Il Papa aggiunge una formula destinata a restare: il senso è l’ossigeno della mente. I sistemi artificiali correlano dati, ma non possono rispondere alle domande sul senso, che affondano le radici nell’esperienza vissuta, e gli esseri umani non possono vivere senza senso.
Chi, come chi scrive, insegna comunicazione sociale ha colto con particolare attenzione la pagina dedicata ai media. La comunicazione si è fatta più rapida, ma non necessariamente più veritiera. L’informazione è abbondante, ma non coincide con la sapienza. Senza una deontologia condivisa, i canali moltiplicano il falso o usano parole svuotate di significato. Per questo, conclude Leone XIV, la questione della verità è una questione di giustizia sociale. È difficile non pensare a san Massimiliano Kolbe, che un secolo fa comprese che la stampa e la radio potevano diventare strumenti di menzogna o di salvezza, e che la differenza la fa l’anima di chi li usa. Il Papa ne trae una conseguenza concreta: l’appello a proteggere bambini e giovani nell’era digitale, perché la loro vulnerabilità non diventi mai occasione di sfruttamento.
Il cuore teologico del discorso è un dittico biblico: la torre di Babele e la piazza di Pentecoste, proposte da Leone XIV come «il grande codice culturale dell’umanità». Babele è l’unità imposta dal dominio. Il potere che opprime si indebolisce, l’uniformità forzata crolla e lascia dietro di sé una diversità conflittuale. Il Papa ne indica le reincarnazioni contemporanee con una franchezza che nella sala ha certamente fatto effetto: una globalizzazione senza fraternità, «l’avido colonialismo finanziario», le imposizioni ideologiche, i contatti senza legami. Chi conosce l’Africa sa bene che cosa significhino queste parole. Pentecoste è l’esatto contrario. Ciascuno ode l’annuncio nella propria lingua, la comunione non abolisce le differenze ma le fa fiorire, e la varietà delle culture diventa veicolo di una verità universale. Non si poteva scegliere immagine più adatta per un’assemblea delle Nazioni: Leone XIV ha chiesto all’UNESCO di essere una piazza di Pentecoste e non un cantiere di Babele.
Nell’ultima parte, il Papa torna all’etimologia: cultura è coltivazione, e coltivare la terra significa coltivare l’umanità che la abita. Richiama l’ecologia della persona di Benedetto XVI e l’ecologia integrale di Francesco, e fissa una pietra di paragone per ogni retorica sui diritti: la cura dei più piccoli. I bambini nel grembo materno e nei teatri di guerra, i disabili, gli anziani, i migranti, tutti coloro che la superbia esclude come improduttivi. Detto a Parigi, dove l’aborto è entrato in Costituzione e l’«aiuto a morire» nella legge, l’elenco non ha bisogno di commenti.
Resta, infine, una parola rara nei documenti internazionali: fiducia. Fiducia che le differenze non siano una minaccia, che il dialogo non sia ipocrisia ma una risorsa, che il bene sia sempre possibile. Non un ottimismo ingenuo, precisa il Papa, ma una speranza perseverante. «Ogni figlio che nasce porta con sé una speranza.» E poi la frase che chiude il cerchio aperto dalla nascita: noi non siamo in cammino verso il nulla.
In un palazzo costruito per custodire il patrimonio dell’umanità, Leone XIV ha ricordato che il primo patrimonio da custodire è l’uomo stesso, fragile, magnifico e mai scartabile. È un’antropologia cristiana detta con il lessico di tutti, e forse proprio per questo più difficile da ignorare.
Nel palazzo di Place de Fontenoy il Papa pone alle Nazioni la domanda più antica: nasciamo figli, poveri e liberi. Denuncia il paradosso di un’epoca che attribuisce l’intelligenza alle macchine e scarta le persone, e indica nella piazza di Pentecoste, non nella torre di Babele, la forma dell’unità possibile. Quarantasei anni dopo Giovanni Paolo II, la cultura torna a essere coltivazione dell’uomo.
